Sorgenti di Marie-Hélène Lafon: Una gabbia di paura, solitudine e ipocrisia


SORGENTI

di Marie-Hélène Lafon

Fazi Editore, settembre 2025

Traduzione a cura di Antonella Conti

pp. 120
€ 16,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


« La sorgente sarebbe stata lì, una sorgente. Preferisce la parola sorgente alla parola radice. Questo genere di questioni le ha occupato a lungo la mente, quando aveva trenta o quarant'anni.»

Marie-Hélène Lafon è stata vincitrice del Prix Renaudot, con il suo precedente libro Storia del figlio edito sempre da Fazi Editore, e in questo nuovo breve romanzo porta alla luce la storia di una moglie e madre ammantata da sofferenza e violenza. 

Ambientato negli anni sessanta, in una fattoria di un'isolata campagna francese, racconta di una donna schiacciata da maschere autoimposte che cerca, attraverso la sopportazione sia fisica che mentale, di ricucire gli strappi di una relazione coniugale carica di afflizione e dolore. Il marito sposato anni prima la umilia, la prevarica e le infligge percosse continue.

La donna è madre di tre bambini, due femmine e un piccolo maschietto, ognuno di loro assorbe ansia e  reagisce alla paura in maniere differenti. 

«...Gilles ha preso tutto dalla madre e dal nonno materno; ne faranno un pappamolle, non certo un uomo capace di tenere una fattoria.»

La madre è in uno stadio di blocco senza via di uscita, non vuole perdere la fattoria acquistata faticosamente con il marito, non vuole rinunciare all'idea della famiglia perfetta, non intende tornare a casa ed essere giudicata o essere esclusa dalla società benpensante.

A domeniche alterne, marito, moglie e figli, freschi e puliti di tutto punto, si recano dalle famiglie di origine e qui, con cadenza settimanale, si consuma un teatro di ipocrisia; i genitori volontariamente ignorano lo stato ormai di abbandono umano della donna.

Ma una domenica tutto cambia.

«La madre ha chiuso la porta ed è rimasta in piedi; sono sole nella sala da pranzo. Lei dice che è finita, che non tornerà in quella fattoria, mai più.»

Il romanzo, scritto con prosa ritmata, si suddivide in due parti, la prima dal punto di vista della donna e la seconda da quella dell'uomo. Vi è un prima e un dopo, la sofferenza della moglie e poi la solitudine nutrita dal risentimento del marito che non si sarebbe mai aspettato un epilogo del genere; quello che manca è la restituzione al lettore dei pensieri della donna, il riscatto è immaginato, vi è solo qualche breve accenno dal punto di vista del marito, ma sempre filtrato dalla sua totale anaffettività.  

«... i bambini avevano paura, tutti e tre, sempre di più; lei se n'era andata per proteggere i bambini. Lo ha colpito, questa parola. Salvarlo. Come se lei fosse stata capace di salvare i suoi figli quando non era nemmeno buona di badare a se stessa e a tenersi pulita.»

Vengono invece trattati con ferma capacità i "danni" provocati dalle relazioni famigliari, i rapporti con i genitori, quella sorta di competizione tra madre e figlia, o tra nuora e suocera, quel volere celare a tutti i costi quei micro fallimenti che creano voragini di solitudini a cui poi è difficile porre rimedio.

«Fattrice di poveri diavoli; glielo ha già urlato diverse volte; all'inizio lei non capiva, ma poi ha ripensato alle parole della suocera. Non sa come si possano concepire, e dire, e vomitare cose del genere, così crude, così feroci.»

È vero che ogni donna o uomo soggetto a violenza fisica e verbale subisce a volte con sacrificio in silenzio, ma il lettore, forse, avrebbe avuto bisogno, dopo aver "sofferto" empaticamente con la protagonista, di un riscatto più impattante e concreto. Una sorta di giustizia che, me ne rendo conto, purtroppo e troppo spesso non collima con la realtà. 

Sorgenti è un romanzo asciutto, crudo, che ci ricorda quanto sia importante non cedere e non doversi rinchiudere in gabbie di paura, di solitudine e di ipocrisia.

di Caterina Incerti