Ciao Saša! di Dmitrij Danilov: l'attesa della morte come la più disumana delle condanne
CIAO SAŠA!
A
volte capita che a una fiera dell'editoria indipendente ci si prenda il tempo
di ascoltare i consigli di un editore, acquistare un romanzo dalla trama
insolita, tornare a casa con la mente già imbrigliata a sgranare le parole
della sinossi, accompagnati da quell'euforia tipica di possedere la certezza
che quel libro consigliato, alla fine, ti stupirà. È accaduto con Ciao
Saša! di Danilov, un romanzo che utilizza con molta saggezza
l'espediente narrativo della distopia per amplificare e far riecheggiare il
rapporto umano e divino con la morte.
In
un futuro prossimo, per contrastare la corruzione di una Russia ormai
flagellata da questo fenomeno, viene introdotto un regime di Umanizzazione
Totale; la pena di morte è stata ripristinata per i reati di natura economica e
morale, per far sì che gli illeciti non gravi siano puniti dalla società che
non accetterà mai più trasgressioni. Per i crimini efferati vi è già la più
terribile delle pene, la morte morale, l'autocondanna.
Sergej Petrovič, filologo, professore universitario, sposato, uomo colto e ammirato, trasgredisce, si intrattiene in un rapporto intimo e carnale con una sua studentessa minorenne, consenziente, e innamorata di lui e, per questo, finisce nel Kombinat, un penitenziario che assomiglia, più che a un carcere, a un albergo dotato di ogni tipo di comfort, ma a Sergej spetta la condanna più grave, la pena di morte.
Ma
la punizione più crudele nel Kombinat è quello di non sapere quale sarà il
momento in cui si verrà giustiziati. Ogni detenuto si alza ogni mattina con la
certezza che dovrà percorrere un lungo e freddo corridoio, non sapendo se mai
ritornerà nella sua cella; Saša, la mitragliatrice posta nel corridoio, è
sempre pronta a sparare. Ma quando?
«...quella
vecchia usanza inglese per cui i condannati condotti al patibolo veniva
concesso di fermarsi in ogni bettola lungo la strada per farsi un bicchierino.
Non è un atto di misericordia. In fondo, è solo un modo per torturarli di più.»
Mentre
Sergej, Serëža, è in stato detentivo il mondo intorno a lui va avanti, la
moglie e la madre gli infliggono un castigo ancora più disumano, lo considerano
già morto, perché presto o tardi succederà e lui è già un fantasma per loro, un
ricordo.
«Si.,
ma è come se non esistessi. Capisci? -Ma ci sono. Sono qui. -Ma in un certo
senso, il più importante: tu non ci sei. Ti hanno giustiziato. Anche se non la
vedi così.»
Serëža
condivide quindi il suo tempo con altre persone. Il Kombinat, infatti, mette a
disposizione degli sportelli di ascolto con i rappresentanti di ogni tipo di
religione e con una sociologa, ma non solo, è dotato di internet. Il professore
prova dunque a proseguire la sua attività di insegnante ma senza successo, la
curiosità degli studenti è troppa. Sergej inoltre commette l'imprudenza di
raccontare e sfogarsi della sua condizione sui social, incappando in un altro
tipo di condanna, quella mediatica.
Il
romanzo è un concentrato di spunti filosofici sul tema della morte e della
relazione che noi abbiamo con essa. Senza mai inciampare in facili moralismi,
Danilov riesce a condensare la visione della sociologia moderna, della
teologia, ma soprattutto introduce una riflessione: la necessità di uno studio
nuovo e concreto dei comportamenti psicologici degli utenti sui social.
I
comportamenti paradossali della società, il surreale esistente mai portato allo
stremo, sono i punti di forza di questo romanzo dai dialoghi impeccabili. Non è
un caso che il testo sia diventato uno spettacolo teatrale. Gli scambi sono
vibranti, ironici, contradittori e quindi perfettamente logici.
Il
dileggio dei dialoghi scarica quei momenti intimi perturbanti che affronta il
protagonista restituendo una coralità stratificata e diversificata dei
personaggi satelliti.
La
morte per il protagonista può essere vicina o lontana, la precarietà diventa
una zona grigia, una terra di nessuno in cui si rischia di perdersi quando
invece la vita scorre indipendentemente dal fatto che si aspetti o meno che si
verifichi un evento.
Le
pagine riflessive di questo romanzo ci accompagnano alla riscoperta dei grandi
temi che, a volte, nell'attuale narrativa contemporanea, rischiano di
smarrirsi.
«Pertanto,
l'unica cosa che posso suggerirle è di riflettere sul fatto che la sua
situazione, in fin dei conti, non è così diversa da qualsiasi altro essere
umano.»
di
Caterina Incerti


