Terraferma di Markus Werner: le imprevedibilità dell'attendere
TERRAFERMA
«Via, ma dove. Qui naturalmente, fra le braccia di una risoluta primavera. Pervasa di calore come sono, guardo indietro con stupore, e quanto più il sole si alza, tanto più increduli si fanno gli occhi: come quelli del viandante che si ritrovi sopra la nebbia che solo un istante prima attraversava. Respiro, espiro.»
Terraferma di Markus Werner è un piccolo ritrovamento fuori catalogo scovato a un mercatino d'antiquariato domenicale, un romanzo che subito attira per la sua copertina dei Coralli di Einaudi così curata, un acquerello di Edward Hopper, Jo sketching at the beach. La curiosità per questo libro viene sollecitata anche per l'autore, svizzero, pubblicato in Italia da Einaudi e successivamente da Neri Pozza nel 2005 e nel 2008. Markus Werner insegnava come professore liceale cantonale prima di dedicarsi totalmente alla vita letteraria, ha scritto sette libri ed è morto nel 2016. Terraferma, a fine anni '90, riscosse un tale successo in Germania da farlo diventare un caso editoriale.
«Oggi: un po' di canina felicità sulla soglia del presente. Il presente è ora una sera che cala. È il sole che inonda la stanza, l'isola che si tinge di nero in controluce, è il riflesso del sole che posa splendente sull'acqua e, restringendosi a imbuto, mi viene incontro.»
Julia ha ventisei anni, si è appena laureata, convive con il suo fidanzato, ma alcuni cerchi della sua vita non si sono del tutto chiusi; cresciuta dai nonni materni, la ragazza ha perso la madre, Lena, troppo presto. Il padre, Kaspar Steinbach, è sempre stato un figura ai suoi occhi incomprensibile, presente nei suoi primissimi anni di vita, si è allontanato volontariamente o meno da Julia, lasciandole vuoti e domande mai formulate sul suo passato e quello di entrambi i genitori.
In un'atmosfera sfumata, a tratti onirici, Kaspar cerca di ricucire gli strappi della relazione con la figlia ma non solo, misurandosi in un rinnovato rapporto, si crea tra essi una base di fiducia tale per cui le verità del passato riemergono con nuova nitidezza.
«Non potrebbe essere, chiese lui, che le persone più povere di fantasia siano quelle più soddisfatte del mondo e di conseguenza quelle che in esso si muovono meglio?»
Nel salotto della casa di Kaspar, Julia inizia a comprendere il padre, un uomo che oscilla su piani laconici e ironici, specchi della sua figura di eroe e anti eroe: da ragazzo salvò un uomo in un incidente autostradale e per quel caso in seguito conobbe e si innamorò di Julia, ma la vita e le scelte imposte da quest'ultima gli infliggono una maschera diversa, un antieroe che assomiglia molto a quelli della letteratura mitteleuropea. Una vita banale, un lavoro ordinario, una casa scialba, tutti rifugi che invece nascondono un carattere non scontato e a tratti imprevedibile.
«Ma io non riesco a parlare e insieme guardare qualcuno negli occhi, non ci sono mai riuscito, due paia di occhi che riposano l'uno nell'altro mi sembrano cosa così intima e avvincente che i movimenti del mio pensiero si arrestano e io dimentico quel che volevo dire.»
L'ambientazione, il Lago d'Orta, amplifica questi aspetti legati alla solitudine intima di Kaspar e alla malinconia nei ricordi distorti della ragazza.
Werner scrive tracciando poco alla volta diversi archi narrativi, creando in una trama asciutta un romanzo lieve e intimistico. Un romanzo in cui non sono previsti colpi di scena, ma un testo sorretto da una lenta e spontanea maturazione degli accadimenti narrativi, un tipo di letteratura diversa a cui, forse, non siamo più abituati; vi è all'interno di queste pagine una implicita arte dell'attendere in cui ogni passo viene preceduto da un rischiarare, fino alla completa lucidità e limpidezza.
di Caterina Incerti


