Lina e il sasso di Mauro Covacich: La geometria dei sentimenti
LINA E IL SASSO
di Mauro Covacich
Mauro Covacich, già finalista al Premio Strega nel 2015 con la sua raccolta di racconti La sposa, entra a far parte della dozzina 2026 dello stesso premio con Lina e il sasso, presentato da Edoardo Nesi. Sotto uno stralcio della motivazione:
«...Racconta l'umanità, il nostro. La fradicia, noncurante, disperata umanità dei protagonisti di questa storia, monadi smarrite nella periferia di una Roma enorme e irriconoscibile che così diaccia e vera può esser dipinta solo da chi non vi è nato...»
Lo scrittore triestino abbondona infatti i fasti iconici, i monumenti e la storicità eterna del centro della Capitale, ambientando il suo romanzo in una periferia proliferante di caoticità e ruvidezza, come se fosse il naturale habitat di una borghesia in una perpetua fase di disfacimento.
«Il teppismo performativo contro l'ipocrisia della civiltà, i suoi codici usurati, la sua stanchezza. Una provocazione del discorso del quieto vivere, del decoro, di fatto comunque e sempre, allo statuto bolso della borghesia, alla sua decomposizione.»
Elena è fisioterapista in un centro sportivo per persone altolocate e abbienti, separata dal marito, definito "la merda", vive con Lina, sua figlia di nove anni affetta da qualche piccola disabilità, e con Max, scrittore in fase di stallo, suo compagno.
Elena ogni giorno dopo il lavoro si reca dalla madre. La donna è gravemente malata e, in questi attimi, la figlia si confida con lei sui momenti di disagio e di freddezza con Max, e del suo essere genitore di Lina in una fase così delicata della sua infanzia. Sono frammenti di quiete, di riflessione, sempre però intervallati dalla gelosia di Elena nei confronti di un ammiratore della madre che puntualmente in sua presenza invia messaggi sul tablet. O peggio: Elena si domanda chi può essere questo spasimante che spedisce con cadenza settimanale ventiquattro rose baccarà alla madre, ormai vedova da diversi anni.
«L'amore è una cosa divina, se entra in un cuore umano lo spezza.»
Carlotta lavora in un programma televisivo, conduce interviste, è il volto di punta per l'intrattenimento dell'emittente, è una donna affermata, autonoma e indipendente, e vive una sessualità aperta, libera e senza formalismi, dopo che Max l'ha lasciata per Elena.
Questi sono i personaggi principali della storia ideata da Covacich, tutti protagonisti, con un ruolo fondamentale nella narrazione; ognuno di loro incastrato in una geometria che lo scrittore disegna fino ad arrivare a una forma simbolo dei nostri tempi e della nostra contemporaneità, come direbbe Nesi "il nostro".
«Lo sguardo, poi, lascia trasparire una ferita, la classica crepa da cui filtra la luce.»
In lettura, mi sono chiesta quali fossero le tematiche da far emergere o addirittura quale fosse il vero focus che lo scrittore ha voluto porre in questa narrazione che ha una propria tensione circolare, alimentata dalla struttura; ruotano i capitoli con un punto di vista esterno su ogni personaggio, ma c'è un che di voyeristico che cresce nel lettore quando i personaggi si relazionano tra loro o anche da soli.
Le riflessioni non sono per le singole azioni dei personaggi, ma ponderati espedienti narrativi che hanno il dono di rendere trascinante la lettura, una ricerca sistemica di metafore più o meno celate tra cui l'imprescindibile "sasso" all'interno del titolo.
In questo romanzo, come da motivazione di Edoardo Nesi, vi è una moltitudine di umanità, ma anche amore, ossessione, disagio, una borghesia culturale in perenne crisi intestina che si sporca letteralmente le mani, con la vera realtà del mondo di tutti i giorni.
«..L'amore non ce l'ha mai dentro, non lo trovi mai dentro di te. Dentro trovi l forza, il coraggio, l'intelligenza. Ma l'amore arriva da fuori, arriva da un altro, un compagno, una figlia. Infatti puoi anche non incontrarlo mai.»
Di Caterina Incerti


