I convitati di pietra di Michele Mari: cronache di sopravvivenza nel gioco mefistofelico inventato da Mari
I CONVITATI DI PIETRA
Di Michele Mari
«...non contava tanto il premio, che comunque i vincitori avrebbero goduto per poco tempo, ma la sua aspettativa, avere qualcosa per cui vivere, combattere, qualcosa da sognare, qualcosa che poteva farli ritornare bambini, a monte della Maturità, alle elementari, all'asilo!»
Vincitore del Premio Strega e Premio Strega Giovani 2026, I convitati di pietra di Michele Mari ha convinto critica e lettori per la sua particolarità romanzesca, un'opera corale, dall'humor nero, con derivazioni fino al grottesco. Un cambio di registro all'interno della panoramica della dozzina del Premio Strega, uno dei pochi romanzi di pura finzione, senza nessun rimando all'autobiografia o al memoir, un underdog, rispetto al vincitore del Viareggio e ai finalisti del Premio Campiello, in cui ogni narrazione trae origine da fatti veri e poi rielaborati successivamente. Un underdog per genere letterario, ma non per l'autore, favorito fin da subito per la sua esperienza e carriera.
Michele Mari scrisse il suo primo libro nel 1965 per suo padre, ha all'attivo numerose opere, riconosciuto per una cifra molto identitaria: un pastiche manieristico che si basa su un rispetto totale e assoluto di diversi stili.
Ma in I convitati di pietra vi è un mutamento leggero, però percepibile, della cifra dell'autore: dopo le prime pagine, un po' irte, la prosa si scioglie, il passo si assesta su una musicalità e un ritmo pieno, e il lettore, soprattutto nella parte centrale, è incastrato piacevolmente nella trama.
Il romanzo narra la storia di un patto stipulato tra gli ex compagni di classe del Liceo Berchet di Milano,
durante la prima cena dopo la maturità. Dal 1975 i ragazzi iniziano a versare
quote in un fondo destinato agli ultimi tre sopravvissuti. Il rito si trasforma
in una gara spietata e grottesca, per sopravvivere e riscuotere l'eredità.
La trama è originale, nasce dalla sensazione provata dallo scrittore quando si ritrovò in mano una foto della sua classe del Liceo, detta da lui, pareva uno scatto dal sapore funerario, si immaginò questa crudele lotteria, e in un mese, scrisse l'intero volume.
I personaggi sono numerosi, trenta, ed Einaudi ha pubblicato due versioni del romanzo, nella prima non compariva la lista dei nominativi della classe, un elenco a mo' di appello, con cui il lettore si può "divertire" a tratteggiare una riga per eliminare il compagno di classe deceduto.
Perché il gioco dell'assurdo pensato da Mari è questo: ogni anno. il 22 luglio, la classe si ritrova a cenare, e durante questo momento conviviale, i presenti inventariano eventuali morti, patologie più o meno gravi, tare genetiche, incidenti, cattivi stili di vita. Non solo, se per il primo ventennio il ritrovarsi è anche una situazione piacevole per i compagni, con il passare degli anni, il gioco inizia a farsi più duro, dettato dall'inesorabile scorrere del tempo.
«...in tutti loro, il massimo dell'incoscienza e in un certo senso dell'innocenza si associasse al massimo al cinismo, perché è vero, all'inizio si sentivano immortali, ma il modo con cui si illusero di celebrare quella condizione divina introduceva nelle loro vite il tema dell'immortalità.»
Un romanzo corale costruito progressivamente; raramente sono coinvolti più di cinque personaggi alla volta, in maniera tale che il lettore possa focalizzare agevolmente non solo le peculiarità caratteriali, determinanti al riconoscimento delle personaggi in una opera corale, ma il concentramento a gruppi favorisce la comprensione dei rapporti e delle alleanze che si formano nelle vite dei compagni di classe.
L'espressione "convitato di pietra" nasce dalla commedia tragica di Molière Dom Juan ou le Festin de Pierre. Nell'immaginario collettivo, il termine è passato a indicare una presenza incombente ma invisibile, muta e inquietante, che tutti conoscono ma che nessuno nomina apertamente e, nel romanzo di Mari, non vi è un solo convitato di pietra, ma trenta, ognuno con una sua storia, che cresce e avanza con il passare degli anni. Una commedia nera, ma il finale nasconde numerose sorprese e metafore, e il cinismo e l'ironia, colonne portanti del romanzo, virano a un idealismo partecipativo tutto da scoprire.
«...un simile quadro non era chiaro a nessuno, anche perché a beneficiare dell'idea dell'immortalità non era soltanto ognuno in cuor suo, ma la nozione stessa della loro classe, coesa come la graniglia tirata a lucido dalla piombatura.»
Di Caterina Incerti


